e così
non ho alcuna intenzione di sollevarti dall'argomento
sai,
ho scoperto d'esser la madre di un cane
che morirà quasi certamente prima di
me.
ho discusso animatamente pure con mia madre che mi ha chiamato peste.
oh ma mica vado in giro ad appestar la gente io.
anzi.
m'intestardisco a stimare certe persone più intelligenti o umane di quanto non siano, figuriamoci come la mettiamo con la gente.
c'ho un sacco di fastidi con la gente e poi perdo la pazienza perchè in effetti non c'è speranza. è inutile e non fa bene alla mia salute mentale, tantomeno ora che ho da poco imparato ad essere buona con me.
penso che non parlerò seriamente con nessuno per un bel pò


dimmi di lei,
di com'era facile prenderla
e stringerla nei fianchi.
e poi, ancora,
soffocarle la bocca
con il tuo cazzo
spinto in fondo.
raccontami
quello che non ti diceva,
ti guardava e sorrideva
giovane e bella,
innamorata;
lei si dava senza pensiero.
dei suoi sospiri,
dimmi della curva della sua schiena
e parlami dei brividi sciolti
sulla pelle.
e dei suoi occhi,
dimmi,
quelli
li ricordi ancora?
"Gli uomini ci tengono ai loro brutti ricordi, a tutte le loro disgrazie e non si può tirarli via di lì. Gli tiene occupata l'anima. Si vendicano dell'ingiustizia del loro presente accanendosi sull'avvenire nel fondo di se stessi a palle di merda.
Da quei giusti e vili che sono nel loro intimo.
Sono fatti così."
Céline
Da piccola passavo ore
mentre mia madre raccoglieva tegoline e pomidori nei campi,
a giocare con le formiche
guardandole andare nelle loro gallerie senza sosta, osservandole vivere.
io incantata.
stavo all'ombra di un albero
nella calura dell'estate lagunare
circondata da scarpette della madonna, azzurri fiorellini piccoli come i suoi piedini.
santi.
succhiavo fiori rosa e fili d'erba, mi grattavo le gambe dai moscati e non mi fregava niente.
Poi arrivava sulla ghiaia della strada di casa una che mi scompigliava i capelli corti e biondi, alla maschietta e ignorando i buchi -uno per orecchio intendo- salutava mia madre esordendo con un
che bello, è suo?
aggrottavo le sopracciglia e le labbra, con i jeans arrotolati sulle gambe tonde e la camicia a quadretti bianchi e rossi che mi tirava sui bottoni, ritornavo disgustata alle formiche, mie amiche, e mi chiedevo quanto potesse pesare quella briciola di pane fra le loro zampe e che meraviglioso labirinto di stradine e cunicoli ci fosse lì sotto. tornavo ai bastoncini di legno da masticare e ai fossi da saltare.
ai sassi da tirare.
Finchè arrivava quella stronza di una zia che chiedeva cosa vuoi fare da grande? e tu non sai che dire, o forse vorresti dire che non vuoi diventare mai grande.. e poi, vedendo quanta perplessità suscitava questa domanda cercava di cambiar discorso e se ne usciva con vedrai che ti farai magra, insinuando così un pensiero insano nella mia testa da bambina, un'idea che non avevo manco sfiorata.
nel mio petto infantile montava una violenza sconosciuta di afferrarle per i capelli, queste donne, e sbattergli le teste contro il muro, come nei cartonianimati che la mamma non mi lasciava vedere, senza sangue e senza dolore apparente.
Da piccola stavo con le formiche.
fantasticavo imbambolata una vita sotterranea e affascinante
e pensavo
da grande voglio fare la formica.
si.

p.s.: per chi l'ha già letto nel vecchio blog porti pazienza, ultimamente la mia fantasia è priva di fantasia.
Pace non trovo e non ho da far guerra
e temo, e spero; e ardo e sono un ghiaccio;
e volo sopra 'l cielo, e giaccio in terra;
e nulla stringo, e tutto il mondo abbraccio.
Tal m'ha in pregion, che non m'apre nè sera,
nè per suo mi riten nè scioglie il laccio;
e non m'ancide Amore, e non mi sferra,
nè mi vuol vivo, nè mi trae d'impaccio.
Veggio senz'occhi, e non ho lingua, e grido;
e bramo di perire, e chieggio aita;
e ho in odio me stesso, e amo altrui.
Pascomi di dolor, piangendo rido;
egualmente mi spiace morte e vita:
in questo stato son, donna, per voi.
Francesco Petrarca
io e te